La prescrizione delle emozioni

Le famiglie adottive che incontriamo spesso ci parlano di un sentimento di solitudine: i servizi esistono e sono anche molto articolati, con prassi strutturate soprattutto per il preadozione, ma non sempre i nostri interlocutori li sentono utilizzabili quando avrebbero bisogno di attivarli sui propri problemi. E’ il caso di due genitori che raccontano le difficoltà del percorso di adozione, costellato di attese, rifiuti, illusioni, frustrazioni.

Oggi, che sono passati quasi tre anni da quando hanno adottato una bambina dell’Est Europa, raccontano di non sentire la vicinanza dei servizi, presenti solo nel primo anno con una funzione più di controllo che di sostegno, situazione che l’ha portati a rivolgersi a professionisti nel privato per provare ad affrontare le loro difficoltà di rapporto con la bambina.

In uno spazio di confronto con questa coppia è emerso un episodio molto significativo rispetto alle riflessioni che vi proporrò di seguito: la prima volta che viene organizzato l’incontro con la bambina, gli operatori dell’istituto che se ne prendevano cura utilizzano una formula di questo tipo per le presentazioni “bambina questi sono i tuoi genitori, signori questi è vostra figlia”.
A partire da questo evento, definito imbarazzante da chi l’ha vissuto in prima persona, abbiamo riflettuto insieme su una questione che sembra spesso centrale nella cultura delle adozioni: la prescrizione dei rapporti e delle emozioni.

Poniamoci delle domande per capire meglio di cosa si tratta: la bambina che conosce la coppia che la adotterà dovrà necessariamente considerarli fin dal primo incontro i suoi genitori? E quella coppia che ha deciso di adottare dovrà considerare fin da subito quella bambina esattamente la figlia che ha sempre desiderato e voluto?
Sembra difficile pensare all’incontro con un altro che non si conosce come un rapporto ancora tutto da costruire e in via di sviluppo, forse è emotivamente più rassicurante e meno minaccioso partire da premesse scontate.
Riflettere su questi aspetti diventa importante per dare spazio, dentro gli incontri tra coppie e bambini, ad emozioni come la paura, la preoccupazione così come la felicità mista a disorientamento. Per quei genitori allora diventerà possibile accettare che quella bambina possa esprimere ad esempio la nostalgia del posto in cui è nata o che non li chiami scontatamente “mamma e papà”, senza che la qualità di quel rapporto venga inficiata dal vissuto di fallimento.

Riuscire a mettere per un attimo in discussione che l’incontro tra coppie e bambini sia necessariamente idilliaco perché risponde ad una reciprocità scontata di desideri, può permettere di uscire dal vissuto di impossibilità di dire cosa non va in quel rapporto.

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