– Anno Zero –

Nel nostro lavoro con gruppi di genitori adottivi ci è capitato più volte di sentire alcuni di loro affermare che con l’arrivo dei figli adottivi è cominciato per tutta la famiglia l’anno zero.

Intendevano dire che con l’arrivo dei tanto desiderati figli finalmente ci si può iniziare a pensare come una vera famiglia a tutti gli effetti. Da quel preciso istante inizia una nuova vita per gli adulti e per i bambini. Tutti con lo stesso cognome, a sancire un’unità, una nuova identità collettiva: “la famiglia Rossi”.

Si inizia a ragionare da famiglia e a comportarsi da famiglia, nulla di strano o di sbagliato; in fondo è per questo che si è scelta la strada dell’adozione. Nulla di strano, fino a quando non iniziano ad arrivare dei segnali, inizialmente velati, poi via via sempre più forti, di crisi di questa identità, che fanno tremare le fondamenta del sistema familiare stesso.

Tu non sei mia madre e quindi non puoi darmi ordini!”, “Voi mi avete rapito dalla Colombia/India/Ucraina”, “La festa della mamma è per me un giorno molto triste”, “Voglio andare a vivere in una casa famiglia”. Queste sono solo alcune delle affermazioni più forti raccolte dai racconti di queste famiglie.

Ma a far tremare tutta l’impalcatura emozionale e relazionale della nuova famiglia adottiva c’erano stati anche segnali meno evidenti: la musica russa ascoltata a tutto volume, la richiesta di cambiare il nome o recuperare quello passato, una lettera scritta alla mamma immaginata…..

Non possiamo qui addentrarci nelle complesse implicazioni emozionali e relazionali che regolano gli assetti e la convivenza delle singole famiglie; sarebbe una generalizzazione e una banalizzazione imperdonabile. Vorremmo altresì proporre una riflessione: stiamo ragionando sulla possibilità che questo bisogno di costituire un nuovo nucleo famigliare sia portatore, più o meno consapevolmente, di una forzatura che vuole celare o dimenticare alcune questioni che invece nella vita dei bambini continuano a mantenere una grande rilevanza.

Una cultura differente, con tradizioni differenti. Due genitori abbandonici? Deceduti? Inadeguati? Pur sempre genitori. Dei ricordi, degli amici, una tutrice, una suora gentile. Una identità in costruzione. Crediamo che queste dimensioni siano molto importanti per il bambino trapiantato in una nuova realtà. Rappresentano la possibilità di costruire un’identità non frammentata, di mettere insieme un prima e un dopo, di dare un senso a quanto gli è capitato. Crediamo però che allo stesso tempo ci sia un forte bisogno di ricominciare d’accapo, soprattutto per i genitori che hanno lavorato molto per costruire questa nuova realtà.

Ecco, pensiamo rilevante porre l’accento su questo complicato passaggio che sembra portare con sé notevoli implicazioni. L’arrivo dei figli adottivi rappresenta una sorta di crocevia piuttosto delicato in cui si giocano dinamiche più o meno consapevoli, dove si costruiscono rappresentazioni condivise del passato e del presente e dove si gettano le basi delle future relazioni.

Dott. Claudio Gasparri

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